Breve storia dell'Hip Hop
storia hip hop

Il movimento, il suono, la musica e la gestualità sono sempre il riflesso della cultura all’interno della quale nascono. L’hip hop non fa eccezione.

 

Nato nei sobborghi urbani, si presenta come espressione della cultura di strada che vede nella dimensione cittadina i suoi spazi di comunicazione.

 

Sebbene il movimento sia nato intorno agli anni 70, vede il suo periodo d’oro dopo il 1990 ossia quando, varcati i confini degli Stati Uniti, si espande in tutto il mondo dando vita a una vera e propria cultura fatta non solo di musica, ma anche danze e graffiti, opera di writers dal genio mirabile che puntano alla laconicità dell’immagine come forma di critica del potere.

 

Fulcro centrale è il mix tra musica black, R&B e rap, letteralmente declamato attraverso nuovi mezzi espressivi e innovative interpretazioni del mezzo non solo strumentale ma anche di esecuzione. In altre parole, è proprio dall’humus dell’hip hop che nasce lo scratch, cioè il riuscire a creare suoni nuovi e addirittura ritmare sulla base dello struscio del disco sulla piastra.

 

Ma anche lo scat (rivisitazione di quello presente nel jazz e che è stato reso famoso da mostri sacri come Ella Fitzgerald e Louis Armstrong), ripreso poi in altri ambiti da Michael Jackson che lo ha applicato al pop, e il cut, insieme a movenze ritmate che prendono spunto dagli sport “da strada” come lo skate boarding e la ben più famosa break dance, anch’essa ripresa in alcuni tratti da artisti del calibro Herbie Hancock (Cantaloupe ma soprattutto Rokit).

 

E proprio dalla particolare espressività dell’hip hop si sono sviluppati movimenti che considerano il ballo non solo un’attività tecnica, ma un vero e proprio strumento di protesta sociale, dove ormai le “classiche” sfilate e marce di protesta del Potere Nero degli anni ’60 avevano fallito. Ecco allora che il crogiolo di razze (afroamericane e ispaniche in testa) tende a ritirarsi dalle piazze e restare nell’ambito del ghetto, in una sorta di rassegnata esasperazione che porta alla creazione di nuovi canali comunicativi.

 

Da un punto di vista strettamente tecnico, l’hip hop ricorda non poco

il jazz anche per la sua unica regola codificata, ossia l’improvvisazione. Ma non si tratta di anarchia totale, bensì di interpretazione soggettiva delle regole . Il free-style è la capacità di creare testi (per lo più in rima) improvvisando su basi altrettanto estemporanee,  come un sottofondo ottenuto usando per strumenti, bidoni, piatti, o anche solo la bocca.

 

Qui arriva la seconda figura chiave dell’hip hop, cioè il breaker, colui che balla e attorno al quale è nato il nucleo del movimento. L’abilità di movimento di questi ballerini autodidatti è leggendaria: evoluzioni che non solo sfidano le leggi di gravità ma anche le caratteristiche anatomiche dell’essere umano stesso.

 

Durante le Jam, ossia le “gare” tra ballerini, sebbene siano veri e propri happening culturali con tanto di scambi di passi e occasione di reciproca conoscenza dei vari stili, si improvvisa su una base musicale fissa, cadenzata e iper ritmata, durante la quale, partendo da uno spunto generico, si arriva a vere e proprie interpretazioni di storie e di evoluzioni.

 

Rossana Prezioso

 

Scuola Hip Hop a Napoli

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